Requiem for the MAS. La Bolivia svolta a destra ma sarà necessario il ballottaggio

Requiem for the MAS. La Bolivia svolta a destra ma sarà necessario il ballottaggio

La Bolivia va al ballottaggio per la prima volta nella sua storia. A contendersi la vittoria il 19 ottobre saranno Rodrigo Paz Pereira e Tuto Quiroga, rispettivamente esponenti del Partito democratico cristiano (Pdc-Partito democrata cristiano), che conquista il 32,10% dei voti, e della coalizione Libera (Libre), che si ferma al 26,9%. L’88,89% dei boliviani che si è recato alle urne (affluenza in aumento dello 0,5%) ha deciso di stupire tutti i sondaggi pre-elettorali: le proiezioni davano per certo un ballottaggio tra i due filo-liberisti e anti-Mas, dunque fra Tuto e Samuel Doria Medina (altro centrista esponente di Alleanza unità-Alianza Unidad, fermatosi al 19,97%), ma questo non è avvenuto e il Pdc (8% alle ultime proiezioni) ha spiazzato tutti.

Il Mas è scomparso

Sparisce la sinistra dopo 20 anni di governo. Il Mas-Ipsp, partito che ha rivoluzionato la politica e la società boliviana, non riesce ad andare oltre il 3,1%: è fuori dal Parlamento e da ogni dipartimento regionale. Per poco poi, ed è il fattore più ponderosamente rilevante, non perde la personalità giuridica, ovvero il dispositivo legale che obbliga un’organizzazione politica ad essere registrata presso il Tribunale supremo elettorale, ad avere statuto democratico aggiornato, un elenco degli iscritti trasparente e, infine, che abbia superato il 3% alle precedenti elezioni. L’ex presidente del senato Andronico Rodriguez, candidato con Alleanza popolare (Alianza popular) si ferma all’8% riuscendo ad entrare in Parlamento.

«Mi voto es nulo!»

La campagna di annullamento della scheda elettorale è stata proposta dall’ex presidente Evo Morales Ayma: impossibilitato (dalla legge) a partecipare alle elezioni, uscito dal Mas-Ipsp a seguito di scontri feroci col presidente uscente Luis Arce Catacora, ha propagandato il voto nullo col suo nuovo «strumento politico» (Evo Pueblo). Un milione e duecento mila voti, poco più, pari al 15% circa dei voti, tanto è stato il peso della campagna di Morales.

Crisi politica

Il risultato elettorale non poteva giungere in un momento più complicato per la Bolivia sotto molteplici punti di vista. Certo, come sostiene Riccardo Giavarini, direttore della Fundacion Munacim Kullakita di El Alto: «La crisi in Bolivia c’era ieri, c’è oggi e ci sarà domani», tuttavia l’acuirsi del meccanismo di svalutazione del boliviano, ha peggiorato la congiuntura economica del paese senza sbocco sul mare. La «pasokizzazione» del Mas-Ipsp segna con tutta evidenza la fine di un’epoca e, sebbene, il presidente uscente Luis Lucho Arce Catacora a trenta giorni dalle elezioni aveva chiamato la sinistra ad un blocco elettorale unitario «per sconfiggere la destra», le organizzazioni hanno risposto picche. Non che, va detto, ci fossero grandi alternative a sinistra del Mas-Ipsp: Eva Copa, ad esempio, l’unica candidata donna, sindaca di El Alto ed espressione del partito Mo.re.na (Movimiento de renovacion nacional), ha declinato la candidatura a pochi giorni dalle urne. Andronico Rodriguez, presidente uscente del senato, ex delfino di Evo Morales, inizialmente sulla cresta dell’onda dei sondaggi, ha finito per essere parte di un’inchiesta giornalistica che aveva indagato su cifre da capogiro che avrebbero ricevuto diversi consulenti provenienti dalla Spagna per la sua campagna elettorale: un fattore che ha pesato non poco sul risultato finale.

Fino all’ultimo momento, poi, Evo Morales ha fatto valere la sua forza manifestamente e non. Cioè a dire che fino all’ultimo giorno di legislatura di Luis Lucho Arce Catacora, il partito di governo (il Mas-Ipsp) continuava a risultare diviso in due tra sostenitori del governo e dell’ex presidente. Una divisione non da poco: sebbene Morales abbia già creato un nuovo «strumento politico» chiamato Evo Pueblo contro chi «ha rubato la gloriosa sigla del Mas-Ipsp», i deputati e i senatori eletti cinque anni fa e fedeli all’ex presidente hanno fatto di tutto perché Arce potesse trovarsi in difficoltà.

Litio cinese, anzi no: russo

Gli ultimi giorni di governo sono stati i più duri ma anche i più determinanti per l’esecutivo che verrà. Una tra le questioni di maggior rilievo sul tavolo del nuovo presidente è quella del litio. Il 12 agosto, ad una manciata di giorni dalle elezioni, la commissione economica della Camera bassa aveva approvato a maggioranza quanto già il parlamento aveva ratificato il contratto che lega l’azienda nazionale Ylb (Giacimenti di litio boliviano) e la società russa Uranium One Group. La decisione, giunta non senza sofferenza e polemiche (gli evisti e i centristi avevano bloccato i lavori per 48 ore, sedute cruciali sono state svolte a porte chiuse), ha incontrato anche la protesta della società civile: comitati civici di Potosì e Uyuni hanno mostrato la propria totale contrarietà.

«Questi contratti devono essere discussi da chi verrà eletto domani, non da chi se ne sta andando oggi», ha sostenuto Alberto Perez, presidente del comitato civico di Potosì (Comcipo – comité civico de Potosì), mentre assisteva ai lavori della Camera durante l’approvazione del decreto. «Vogliamo che questi contratti – ha continuato – vengano esaminati durante la prossima legislatura, così da analizzare con maggiore capacità e competenza l’industrializzazione e l’esportazione del litio», ha dichiarato a «La Razon». Ma Arce non ha sentito ragioni.

Il progetto che lega la Ylb e la società russa prevede un «investimento di 975 milioni di dollari», stando a quanto riporta la stampa locale «per la costruzione di un impianto di estrazione diretta del litio». Un contratto che si somma a quanto già approvato in febbraio dalla stessa camera in quanto anche la Cina aveva manifestato interesse riguardo l’estrazione del litio.

La Cina, d’altra parte, può ‘accontentarsi’ di possedere il sostanziale monopolio nel settore dell’automotive boliviano in cui King Long, Dongfeng e Chery possiedono l’80% delle vetture del trasporto pubblico e privato del paese.

Il nuovo Presidente, dunque il nuovo esecutivo, dovrà affrontare la complessa questione del litio boliviano. In questo modo la Bolivia dovrà tener conto dei rapporti con la Russia e con lo sguardo geopoliticamente bieco degli Usa i quali, per la verità, avevano già da tempo messo gli occhi sulle risorse naturali del paese (citofonare Elon Musk e ai tweet incriminati del 2020 con l’allora segretario del Mas-Ipsp Evo Morales). Se sarà Paz Pereira o Quiroga a vincere definitivamente la tornata elettorale, la Bolivia ha già intrapreso una nuova fase politica e sociale a partire da queste elezioni.

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