Giulia Bucelli

Prestare il grembo: la grande questione della maternità surrogata

Prestare il grembo: la grande questione della maternità surrogata

Questo pomeriggio la Camera dei deputati ha dato il via libera alla proposta di legge che vuole la maternità surrogata reato universale, cioè punibile anche se commesso all’estero. Il testo, che adesso passa in discussione al Senato, ha raccolto 166 voti a favore e 109 contrari, mentre 4 deputati si sono astenuti.

Chiariamo subito un concetto: in questo articolo non verrà mai utilizzata l’orribile espressione “utero in affitto”. Il motivo è presto spiegato: la cosiddetta “maternità surrogata” non consiste, sempre e comunque, nel portare avanti una gravidanza per terzi in cambio di denaro.

Chiarito questo concetto essenziale, proviamo a fare ordine su una faccenda che dovrebbe riguardare solo le donne e i loro figli e invece pare riguardare tutti, ma proprio tutti.
Una questione attuale come non mai, soprattutto alla luce del dibattito in Parlamento dello scorso 4 luglio sul tema.

In cosa consiste?

Il concetto di maternità surrogata, secondo l’enciclopedia Treccani, consiste nella “situazione nella quale una donna si assume l’obbligo di portare a termine una gravidanza per conto di una coppia sterile, alla quale s’impegna poi a consegnare il nascituro”.

La Treccani, poi, sottolinea il fatto che le modalità nelle quali questa gravidanza può essere gestita, cambiano a seconda della situazione: la cosiddetta “madre surrogata” può partecipare solo alla gestazione oppure essere partecipe anche del concepimento, donando, in alcuni casi, anche il proprio patrimonio genetico.

Un problema (anche) di parole

Nel 2016, la scrittrice Michela Murgia, sempre molto attenta ai temi sociali e in particolar modo a quelli che coinvolgono le donne, ha portato l’attenzione sull’uso del termine “maternità”, secondo lei erroneo. Un uso che si fa prevalentemente in Italia.

Queste le motivazioni di Murgia: “Se con maternità surrogata ci riferiamo alla dimensione fisica e/o spirituale che unisce al desiderio procreativo la disposizione ad assumersi la responsabilità genitoriale su una vita altrui, è escluso che essa si possa surrogare, giacché è un atto di volontà e consapevolezza personale non alienabile”.

La scrittrice ha poi aggiunto: “Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt’altro che ozioso, perché la legge italiana (nei limiti che conosciamo) permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre”.

Sarebbe, infatti, più corretto parlare di “gravidanza surrogata”, espressione che peraltro è in linea con l’acronimo GPA (Gestazione per Altri) utilizzato dagli addetti ai lavori. Chi scrive si sente di condividere appieno le parole di Murgia. Per questa ragione, d’ora in poi, in questo articolo verrà fatto ricorso a questa definizione.

A quando risale la prima gravidanza surrogata?

Pare che, concettualmente parlando, sia una pratica antichissima. Infatti, i primi riferimenti “ufficiali” alla maternità surrogata si troverebbero nella Bibbia, dove si racconta che la schiava egiziana Agar portò avanti la gravidanza di Ismaele per conto di Abramo e di sua moglie Sara, che era sterile.

D’altra parte sembra che, in Egitto, anche i faraoni si servissero delle schiave per garantire la nascita di un erede legittimo.

Nell’antica Roma, poi, era in uso una pratica molto discutibile per i giorni nostri: gli uomini “affittavano” le loro mogli alle coppie sposate quando la moglie non poteva concepire figli. Il bambino che nasceva da una madre surrogata era comunque considerato legalmente figlio della coppia e garantito nei suoi diritti.
In una forma primigenia e senza il ricorso a tecnologie sofisticate, però pare che la maternità surrogata sia conosciuta e praticata perlomeno da 2000 anni.

Gravidanza surrogata: illegale in Italia

Ma torniamo alla contemporaneità. Oggi, in Italia, questa pratica è considerata illegale a livello giuridico. A prescindere che abbia alla base o meno un contratto di natura economica. A stabilirne l’illegalità è l’articolo 12, comma 6, parte seconda, della legge n. 40/2004, che incrimina e punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con una sanzione che va da € 600.000 a € 1.000.000 “chiunque, in qualsiasi forma, realizza organizza o pubblicizza … la surrogazione di maternità”.

Il medico connivente rischia la sospensione dall’esercizio della professione da uno a tre anni, mentre la struttura rischia la sospensione dell’autorizzazione ad eseguire interventi di procreazione assistita o la revoca in caso di recidiva.

Una pratica dai molti risvolti

I maggiori detrattori della gravidanza surrogata ne denunciano la bestialità in quanto contribuirebbe allo sfruttamento del corpo di donne che, per motivi di necessità economica, si prestano a fungere da madri surrogate.

Si pensa: quale donna potrebbe mai, per scelta, cedere il bambino che ha dato alla luce a un’altra persona per motivi che non siano di urgenza economica? Questa è la principale motivazione portata avanti ufficialmente da Giorgia Meloni e dalla destra per dirsi fermamente contrarie a questa pratica.

Eppure è evidente che c’è un confine sottilissimo, difficile da individuare, tra la gravidanza per altri come scelta e come necessità. Il problema è che la prima modalità non è impossibile né infrequente. Un’ipotesi possibile è quella di una ragazza che porta avanti una gravidanza a titolo gratuito, magari con le spese sanitarie a carico altrui, per una coppia di amici gay.

Inoltre, dopo le rivendicazioni femministe negli anni Settanta (leggi alla voce di “L’utero è mio e me lo gestisco io”) ora che l’utero è più o meno tornato in mano alle donne (in Occidente, ovviamente) rischia di tornare in mano a qualcun altro che decida al posto loro.

Il punto di vista delle femministe

Eppure, oggi, proprio le femministe sono tra le principali detrattrici della gravidanza surrogata. Nel 2015, il comitato di Se non ora quando aveva presentato un appello ufficiale, firmato da molti personaggi del mondo della cultura, donne e uomini.

Il testo dell’appello non lascia adito a dubbi: “Noi rifiutiamo di considerare la ‘gravidanza surrogata’ un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri Paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione“.

Sulla questione, la regista Cristina Comencini ha detto: “Una madre non è un forno. Abbiamo sempre detto che il rapporto tra il bambino e la mamma è una relazione che si crea. Concepire che il diritto di avere un figlio possa portarti all’uso del corpo di donne che spesso non hanno i mezzi, che per questo vendono i loro bambini, riconduce la donna e la maternità a un rapporto non culturale, non profondo“.

Il che ci porta a un altro punto critico: la gravidanza surrogata snaturerebbe il concetto stesso di maternità, come rapporto profondo con il bambino.

La testimonianza di una madre surrogata: Rachel

A questo punto, entra in gioco Rachel. Conosciuta in rete come The Lotus Woman, è una giovane donna canadese che ha fatto da madre surrogata al figlio di una coppia gay italiana.
In Canada, la gravidanza surrogata non è criminalizzata bensì regolamentata e vista come gesto altruistico al servizio della comunità.

Dopo aver vissuto quest’esperienza, Rachel si è fatta promotrice della pratica e dei diritti delle famiglie arcobaleno a vivere la gioia della maternità e della paternità grazie a persone come lei.

All’argomento dei contrari che sostengono che dare ad altri il proprio bambino sia traumatico per la madre surrogata risponde così: “L’embrione messo nel mio grembo da cui è nato il loro bambino, non mi ha procurato alcun trauma. Ho portato con gioia e dato alla luce il loro bambino e non ho mai voluto tenerlo come mio”.

A chi le chiede se la gravidanza surrogata non sia una nuova forma di schiavitù risponde: “L’unica volta in cui mi sono mai sentita vicino alla schiavitù è stato quando appartenevo a un gruppo religioso o quando ero sposata con qualcuno che in realtà non avrei dovuto sposare”.

Recentemente, Rachel ha rivolto un appello alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni perché non impedisca ai suoi cittadini di ricorrere a tale pratica. Infatti, se passasse l’emendamento alla legge attualmente in discussione alla Camera, una coppia come quella che si è rivolta a lei avrebbe guai con la giustizia.

Al governo italiano, Rachel dice: “Per favore, smettetela di cercare di controllare le famiglie degli altri che vivono diversamente da voi. L’amore crea una famiglia. E a volte è necessaria un po’ di scienza. Spero che riusciate a vedere l’amore e la gentilezza che provo nei vostri confronti. Perché anche io, una volta, ero al vostro posto. Per favore, permettete agli altri di vivere a loro vita. Proprio come la vivete voi”.

A questo punto, molti di voi che leggete storcerete il naso e vi chiederete: a questo punto, quella coppia non avrebbe fatto meglio ad adottare un bambino già nato anziché pagare una donna per metterlo al mondo?

Adozione o GPA all’estero?

Spoiler: sarebbe un’alternativa validissima e nobilissima. Peccato che in Italia, solitamente non si concedano in adozione bambini a coppie che non corrispondano a due requisiti: eterosessuali e sposate. Magari con un reddito elevato.
Non che la gravidanza surrogata all’estero sia una faccenda per poveri.

Nel Regno Unito pagare a una madre surrogata un vero e proprio compenso oltre alle ragionevoli spese sanitarie non è più illegale dal 2021. Il Paese ammette l’esistenza della pratica, sebbene non siano legali eventuali accordi vigenti tra la madre e la coppia o le persone o il singolo che beneficia del servizio.

In Spagna la gravidanza surrogata, sia altruistica che a pagamento, è illegale dal 2006. Così come anche in Francia e in Germania.

In Ucraina, al contrario, non si tratta di una pratica illegale, nemmeno se a pagamento: sono molte le coppie straniere, infatti, che si rivolgono a madri surrogate ucraine.

Come riferisce l’Espresso, solitamente alla gestante vengono corrisposti circa 15.000 euro, ai quali si aggiungono diversi rimborsi da parte delle cliniche che se ne occupano. Rimborsi che possono ammontare a un indennizzo mensile di circa 200 euro, per consentire alla madre surrogata di sostenere le spese di vita e di dedicarsi alla gravidanza. Si tratta di cifre significative, in un Paese nel quale lo stipendio medio si aggira attorno ai 200-300 euro.

Proprio lo scorso anno, in Francia, il quotidiano Le Monde ha parlato di un caso che coinvolge alcune coppie francesi e le madri surrogate ucraine. Il caso è scoppiato quando l’associazione apolitica Juristes pour l’enfance (Giuristi per l’infanzia) ha presentato cinque denunce contro ignoti per segnalare altrettanti casi sospetti di maternità surrogata.

La dinamica si riproponeva sempre uguale: la madre surrogata partoriva in forma anonima e successivamente il padre biologico (che ha fornito il materiale genetico) emergeva per richiedere il riconoscimento del neonato, in base al contratto che lo legava alla donna. Alla fine la moglie (la madre committente) chiedeva l’adozione del bambino. Il quotidiano francese ha definito questa situazione come “un imbroglio post-parto“. La stessa associazione ha poi presentato denunce per “incitamento all’abbandono di neonato” e “simulazione dello stato civile”.

La gravidanza surrogata è legale anche in Grecia, in seguito dell’entrata in vigore nel 2002 di una legge sulla riproduzione assistita, in India e in Russia.

Negli USA, addirittura, la gravidanza per altri è un vero e proprio business, anche piuttosto consolidato: stando ai dati riportati da SurrogacyItaly.com, avere un bambino in questa modalità può arrivare a costare fino a 160.000 dollari. Nel caso si mettano in cantiere due bambini, il prezzo può raggiungere quota 200.000 dollari.

Qual è il fulcro della questione?

Fin dalla sua comparsa, sebbene in epoca odierna sia fuorilegge in molti Paesi, la gravidanza surrogata ha prodotto e continua a produrre numerose famiglie.

Come ha ricordato Milena Gabanelli nella sua rubrica Data Room sul Corriere della Sera, la questione più urgente della quale occuparsi, una volta constatato che si tratta di una pratica illegale in Italia è la seguente: il riconoscimento legale dei bambini che vengono al mondo.

Quale cognome assumeranno? Di quale o quali genitori risulteranno essere figli, agli occhi della legge? Nella maggior parte dei Paesi europei che vietano la gravidanza surrogata si agisce in questo modo: riconoscendo i bambini che nascono all’estero facendo ricorso a questa tecnica.

Ricorda Gabanelli: “Germania e Austria, per esempio, trascrivono il certificato di nascita con due padri. Spagna e Francia prevedono l’adozione per il secondo padre. Finora l’Italia trascriveva i figli delle coppie eterosessuali nati con la surrogata (la maggioranza) per via del fatto che essendo etero non li «vedeva», mentre i figli delle coppie gay, a seconda delle città e dei tribunali, li trascriveva o imponeva l’adozione in casi particolari”.

Il 30 dicembre la Corte di Cassazione ha vietato la trascrizione automatica e indicato l’adozione in casi particolari, perché ritiene la surrogata «contraria all’ordine pubblico». A quel punto il prefetto di Milano, dopo una consultazione col ministero degli Interni, ribadisce ai sindaci l’interpretazione della legge, e spiega che gli atti trascritti per la gravidanza surrogata ed anche per l’eterologa vanno trasmessi alla Procura, che farà le proprie valutazioni.

Il centrodestra ora ha spostato tutta l’attenzione sull’«utero in affitto» proponendo una legge che lo renda reato universale, cioè perseguibile in Italia pure se «consumato» in un Paese dove la pratica è legale. Per i giuristi la norma ha profili di incostituzionalità. Nel pollaio politico e di conseguenza mediatico, si continuano a ignorare i richiami della Corte Costituzionale sul vero punto: quello di tutelare i bambini venuti al mondo”.

Insomma: ci si concentra sui corpi delle madri ma si ignorano i diritti dei loro figli. Perlomeno in Italia.

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