Giulia Bucelli

Pistoletto, un infinito instagrammabile

Pistoletto, un infinito instagrammabile

Una Venere, bellezza dal sapore antico e neoclassico. Dà le spalle allo spettatore, la pelle eburnea e le natiche da venere callipigia, il viso leggermente chino in avanti, che pare si appoggi, affranto, a una montagna di stracci.

Stracci vintage, selezionati accuratamente per foggia e colore e disposti, a strati, davanti alla donna. Una statua di cemento che pare gesso, ispirata alla Venere con mela dello scultore danese Bertel Thorvaldsen. È la celeberrima e ipercitata Venere degli Stracci, anno 1967. Autore: Michelangelo Pistoletto.

È con lei che si apre la mostra dedicata all’esponente storico dell’arte povera, fino al 15 ottobre 2023 al Chiostro del Bramante di Roma. È lei l’autentico capolavoro di Pistoletto, incredibilmente attuale anche oggi.

Se all’epoca della realizzazione dell’opera l’artista di proponeva di mettere in contrasto l’ideale neoclassico con il disordine della contemporaneità, oggi quest’opera parla di questo e molto altro.

Parla della contemporaneità, letteralmente annegata nell’ebbrezza dionisiaca dell’accumulo. E nel quale uno dei mali più conclamati è proprio la fast fashion, il mucchio di stracci che la Venere pare sorreggere con tutto il suo corpo. Un fardello che oggi non riusciamo più a sostenere.

foto dell'autrice

La visita, che non consente di tornare indietro nel percorso, prosegue con Orchestra di stracci, dello stesso periodo: un’altra opera concettuale che, però, coglie nel segno.

Andando oltre il solito messaggio dell’arte povera: i bollitori accesi posti sotto le lastre di vetro, a loro volta appoggiate ad alcuni cumuli di stracci, creano una condensa che parla di qualcosa che si addensa e si prepara ad esplodere.

Lo spettatore è perennemente in attesa che qualcosa succeda: che si rompa la sottile membrana che separa la minaccia dalla realtà.

foto dell'autrice - orchestra di stracci

Dagli stracci alla carta stampata. Nell’opera Sfera di giornali – communication si parla sempre di consumo: del consumo spasmodico e bulimico di notizie brevi e fake news, che vengono divorate e smembrate a un ritmo sempre più incessante.

Ne risulta un enorme globo di pagine di giornali, tutte strappate alla sezione culturale de IlSole24Ore, che è destinato a rotolare travolgendoci. Un globo che siamo tutti destinati a portare sulle spalle come il titano Atlante.

Questa serie viene da lontano: infatti è stata concepita nel 1966, sebbene sia stata realizzata solamente nel 2020. E si vede. Ha infatti lo spessore e la potenza del Pistoletto prima maniera, quello che ho molto apprezzato in questa mostra.

foto dell'autrice - sfera di giornali

Poi si è costretti a varcare, con disagio, le porte deformi di Segno Arte. Porte e mobili a misura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci. Che poi è l’artista stesso nella sua massima estensione corporea: 210 x 120 cm.

foto dell'autrice - porte

Chi scrive sta leggendo L’incubo di Hill House, capolavoro letterario che parla di case stregate che prendono vita, plasmandosi come corpi umani. Che sono esse stesse corpo. Ed è forse sotto l’influenza di tale lettura che affronto i mobili-corpo concepiti per l’Uomo Vitruviano: scaffalature, piani di lavoro, letti, finestre. Persino zerbini. E provo un brivido sulla schiena.

foto dell'autrice

Il sentiero di ogni uomo conduce alla conoscenza di sé e al necessario scrutarsi: è il messaggio che pare comunicare l’Etrusco, opera realizzata da Pistoletto nel 1976 su modello della statua etrusca dell’Arringatore. Scultura che ritrae Aulo Metello, di fronte a uno specchio.

Lo specchio, un uomo che ci guarda dentro, quasi volesse varcarne la soglia: un motivo caratteristico delle storie fantastiche. Quella passerella che sembra andare oltre, e non lasciare scampo a chi la attraversa: oltre la superficie specchiata, l’ignoto. Il futuro, e l’uomo stesso.

Nel 1993, Michelangelo Pistoletto fornì una chiave di lettura molto specifica di questa sua opera. Così scrisse: “È necessario che l’arte, dopo l’apertura del varco specchiante che mostra l’alternativa alla vecchia prospettiva, elevi un braccio e tenda l’indice della mano per indicare, nello specchio, la strada che porta al di là del muro su cui l’umana individualità si sta sfracellando. Muro altissimo in qualità progressiva dei mezzi moderni impastato di vetuste credenze, metodi associativi antiquati ed aberranti, regole devastanti. La lunghezza di un braccio è già la prima distanza che si può prendere rispetto al punto tragico dell’impatto finale”. Una critica sull’arte, insomma, ma un’opera che ha molteplici chiavi di lettura.

Foto dell’autrice - L’Etrusco

Si tratta forse dell’ultima opera davvero interessante di questa carrellata. Questa mostra (di)mostra un fatto lampante: Pistoletto, ormai sulla soglia dei 90 anni, sembra essere un pochino a corto di idee.

Lo si può notare nelle opere più recenti, molte delle quali in mostra: tra le quali quelle che danno il nome a questa mostra: Infinity. L’Infinito che sfugge allo spettatore ma che viene replicato, per l’appunto, all’infinito nel suo caratteristico torchon e nelle moltiplicazioni identitarie create dagli specchi, vera ossessione dell’artista.

foto dell'autrice

Specchi in cui la maggior parte degli spettatori si ritrova a contemplare il proprio narcisismo, perfette cornici di una foto da pubblicare su Instagram. Ed è qui che si giunge al difetto capitale di questa mostra: risponde appieno al diktat moderno dell’instagrammabilità.

foto dell'autrice

Lo fa consapevolmente, a mio avviso: forse allo scopo di attirare una maggiore quantità di pubblico. Qui tutto è fotografabile, replicabile all’infinito, concepito per agevolare i selfie. Mentre un grande muro nero che è esso stesso opera si presta alle dediche dei visitatori con il gessetto bianco. Ci sono scale con variopinte scritte al neon: amare le differenze, aimer les differences.

foto dell'autrice

Anche uscendo, nel bookshop, è possibile portarsi a casa scritte al neon come quelle in mostra. Fermo restando il nobile messaggio, allo spettatore non arriva nulla. Nulla, se non un ammiccante glamour ottimo per arredare una casetta hipster a Monti o un locale trendy di una periferia gentrificata.

A fine mostra, cosa resta? L’impressione è che del Pistoletto in perfetta sintonia con il suo tempo, ma capace di incidere anche sulle generazioni future e di parlare agli uomini di domani, resti ben poco. Resta un artista sempre più concettualmente puro che, a forza di fare il concettuale, rischia di non comunicare più nulla.

 

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