Dalla convocazione delle proteste antigovernative dell’8 settembre al compimento della rivoluzione della generazione Z nepalese sono passate solo quarant’otto ore. Una rivolta definita Gen-Z, come i recenti moti in Indonesia, Marocco e Madagascar, scoppiata in seguito all’approvazione di una legge restrittiva sull’uso e l’accesso a 26 piattaforme social. Sebbene il casus belli apparisse limitato a una questione generazionale, l’insurrezione è riuscita a innescare una fase di svolta rivoluzionaria. A muovere i manifestanti è stato un moto di indignazione contro la corruzione sistemica ed il sottosviluppo economico, rafforzato dalla forte instabilità governativa di una classe politica gerontocratica scollata dalla società civile nepalese.
La legge sulla regolamentazione di 26 piattaforme social – tra cui App Meta, Reddit e Discord –, approvata dal governo capeggiato da Khadga Prasad Sharma Oli, espresso da Partito del Congresso Nepalese e dal Partito Comunista (Unificato Marxista-Leninista), ha fatto crescere il malcontento nella giovane società civile nepalese. Pur non essendo nuove le strette sui social – come già successo a TikTok tra novembre 2023 e fine 2024 – giustificate da effimeri proclami sulla sicurezza nazionale, la mossa di K.P. Oli è stata di fatto un atto di censura preventiva.
L’attuale governo è oggetto di critiche sulle piattaforme social. Al centro del dibattito c’è la corruzione dell’intera classe politica e dell’amministrazione statale, la cui percezione è accresciuta dai #NepoKids, giovani ricchi che ostentano le proprie ricchezze sui social. Un dato tutt’altro che secondario nel paese 107-esimo al mondo per percezione della corruzione secondo Transparency International, e con una popolazione dall’età media di 25 anni con un reddito medio di 1447 dollari l’anno pro-capite.
L’investimento di una bambina di undici anni da parte di un SUV con a bordo un ministro locale, prontamente scappato via dopo l’accaduto, ha acceso il malcontento popolare. Così si è arrivati alla giornata dell’8 settembre, convocata sui social da vari gruppi di giovani nepalesi ed amplificata da associazioni e ONG popolari come Hami Nepal. Una manifestazione convocata su toni non violenti, per fare pressione sul governo riguardo ai temi di censura e corruzione arrivati a livelli insostenibili per la società civile. Quella che era iniziata come una grande manifestazione di popolo non violenta, popolata da studenti con divise scolastiche e bandiere nazionali, determinata nel rivolgere le proprie ragioni alle porte dei palazzi del potere di Kathmandou, è diventata presto un’insurrezione.
Dalle prime transenne divelte da uomini palestrati e giovani si è presto aperta la sfida diretta al governo nepalese. Solo nel primo giorno, il movimento è riuscito ad ottenere la revoca della legge sulla censura dei social, le dimissioni del Ministro delle telecomunicazioni, Prithvi Subba Gurung, e del Ministro degli Interni, Ramesh Lekhak. Ha pesato su quest’ultimo l’uccisione di 19 persone ed il ferimento di oltre 400 manifestanti durante la sola mattinata dell’8 settembre.
Potenza del movimento e rabbia per le morti hanno riportato in piazza decine di migliaia di persone il giorno dopo. Nella giornata sono arrivate le dimissioni del Primo Ministro K.P. Oli e di diversi membri del suo governo, a cui sono seguite le aggressioni in strada al Ministro delle Finanze, Bishnu Paudel, alla Ministra degli Esteri, Arzu Rana Deuba, e suo marito, l’ex-primo Ministro Sher Bahadur Deuba. Molti altri ministri e parlamentari sono stati evacuati d’urgenza dagli elicotteri dell’esercito. Assieme a loro sono state appiccate alle fiamme le sedi di Parlamento, governo e Corte Suprema; ed oltre tredicimila detenuti sono evasi dalle galere. A fine dei due giorni sono 72 i morti ed oltre mille i feriti negli scontri sanguinosi.
Pratiche di piazza mal digerite da larga parte dei manifestanti, che convinti della necessità di raggiungere gli obiettivi prefissati ma non sull’uso di metodi violenti, hanno spontaneamente ripulito la capitale dopo gli scontri.
Dalla rivolta al processo rivoluzionario
Il passaggio da rivolta a rivoluzione è stato contrassegnato dalla prontezza dei manifestanti nell’organizzarsi in piazza ed al di fuori di essa. Come dichiarato da una manifestante intervistata da TheWire, l’obiettivo è stato sempre chiaro: «non vogliamo dare una lezione al governo, vogliamo che se ne vadano tutti», e per farlo il movimento ha usato tutti gli strumenti a propria disposizione.
Primo tra tutti, quello delle piattaforme social per coordinare le manifestazioni e, soprattutto, per scegliere come governare la fase di transizione del vuoto governativo. La scelta della nuova leadership dell’esecutivo è avvenuta sul canale Discord Youth Against Corruption da un’assemblea partecipata da circa diecimila persone proprio nel momento cruciale in cui si poteva paventare una presa del potere da parte delle forze armate. La scelta è ricaduta sull’ex giudice della Corte Suprema Sushila Karki, prima leader dell’esecutivo donna del paese, conosciuta per i suoi sforzi nel contrasto della corruzione.
Nonostante le insidie apertesi con l’insurrezione, il sistema costituzionale e istituzionale nepalese ha avuto la capacità di resistere ad uno scossone potenzialmente anti-sistemico. La nomina è contestata dal Partito Comunista Nepalese (Unificato Marxista-Leninista) che ne contesta la legittimità in quanto è assente il requisito costituzionale di elezione in Parlamento. Accuse a cui ha risposto il Presidente della Repubblica, Ramchandra Paudel, motivando la legittimità di Karki alla luce dell’eccezionalità del momento socio-politico nepalese, ed il capo dell’esercito, Ashok Raj Sigdel, sedando potenziali volontà di golpe.
Le insidie della transizione
L’attuale momento di transizione istituzionale nella rappresentanza politica non ha interrotto l’emergenza sociale nazionale: povertà ed emigrazione. Con oltre 2.2 milioni di nepalesi emigrati all’estero per cercare condizioni lavorative migliori, e il 7.5% della popolazione residente all’estero, le casse dello Stato sono fortemente dipendenti dalle loro rimesse economiche: solo queste pesano oggi per un terzo del Pil del paese, in cui manca un settore manifatturiero avanzato e l’industria dei servizi conta su massiccio uso di lavoro povero. Altrettanto significative le diseguaglianze economiche nel paese diventato repubblicano solo nel 2008 e dove il 10% della popolazione possiede oltre il 40% della ricchezza nazionale, e gran parte della popolazione lavora nel settore agricolo, spesso senza possederne la terra.
L’attuale condizione socioeconomica, assieme allo scollamento generazionale della classe politica parlamentare, può essere letta come il fallimento della recente rivoluzione maoista che portò allo spodestamento della monarchia retta dalla famiglia reale degli Shah nel 2008 ed alla Costituzione repubblicana nel 2015.
Questi due grandi passaggi rivoluzionari costruiti sull’insoddisfazione nei confronti della famiglia reale più interessata alle lotte interne per la successione dinastica che al benessere del paese, e il lavoro politico fatto villaggio per villaggio, fondano l’accreditamento dei partiti comunisti nella politica nepalese. Infatti, dal 2008 ad oggi, i partiti comunisti, nelle proprie varie connotazioni ideologiche, sono protagonisti della contesa elettorale e dei 14 governi nepalesi succedutisi negli ultimi 17 anni di Repubblica. È proprio quest’instabilità, unita agli alti livelli di corruzione, uno dei fattori di delegittimazione sociale dell’attuale classe politica.
I nuovi partiti Gen Z
L’emergere di nuovi attori istituzionali come il sindaco di Kathmandu ed ex rapper Balendra Shah, e di attori extra-istituzionali cresciuti sui social e nell’attivismo sociale, come il leader dell’ONG Hami Nepal, Sudan Gurung, sta ridefinendo gli equilibri della rappresentanza politica nel paese. Inoltre, da settembre, i leader più riconosciuti della generazione Z nepalese stanno diventando attori politici accreditati come interlocutori nelle consultazioni di presidenza della Repubblica e governo di transizione. Incarichi assunti non senza attriti tra gruppi politici che contestano la rappresentatività degli accreditati, sintomatico di un movimento senza leader con un’agenda programmatica di principio condivisa ma senza alcuna chiarezza interna.
Le divisioni sulla figura di Sushila Karki, giudicata da alcuni gruppi Gen-Z come “agente straniera”, l’assenza di chiarezza ideologica nei vari gruppi emergenti e la scarsa organizzazione interna, sono tra le maggiori ragioni di incertezza sulla capacità di questi di governare la transizione.
Le pulsioni interne per una riforma costituzionale favorevole all’elezione del primo ministro e l’emergere di un’offerta politica su pochi, vaghi e simili valori politici, potrebbe portare i nascenti partiti Gen-Z a contendersi lo stesso elettorato. Ciò va letto alla luce di una legge elettorale per l’elezione dei 275 membri del Parlamento che prevede l’assegnazione di 165 su base maggioritaria, e 110 su base proporzionale – dove sono forti le garanzie costituzionali in favore della rappresentanza di caste, gruppi etnici e linguistici –, della riorganizzazione interna dei partiti del vecchio establishment, ed il riemergere di fazioni monarchiche.
Il riassestamento della vecchia offerta politica
Molti partiti dell’establishment si stanno riorganizzando assegnando ruoli chiave a giovani o esponenti di secondo piano del partito, cercando così di mostrare un rinnovamento al pubblico mentre le leadership interne restano di fatto a capo dei partiti. Questo tipo di dibattito è molto evidente nel Nepali Congress Party, dov’è in atto uno scontro tra fazioni interne che vedono coinvolti l’ex presidente Sher Bahadar Deuba e il parlamentare Gagan Thapa, o nel tentativo del Maoist Center di rinnovare la propria immagine (ri)fondando il Nepal Communist Party assieme ad altri nove partiti comunisti minori. Il tentativo è di simulare il cambiamento per mantenere lo status quo e riconquistare credibilità in vista delle elezioni.
Situazione instabile in cui trova spazio il revanscismo monarchico, rinvigorito dal ritorno sulla scena politica a più riprese del Re Gyanendra Bir Bikram Shah, ultimo Re del Nepal e sopravvissuto al massacro del settembre 2001 in cui dieci membri della famiglia reale si uccisero tra loro. Al rientro di Gyanendra a Kathmandu nel mese di marzo, il reale è stato accolto da oltre dieci mila persone nostalgiche del Re. Accolto da canti come «Liberate il palazzo reale per il Re. Torna, Re, salva il Paese. Lunga vita al nostro amato Re. Vogliamo la monarchia», Gyanendra, è supportato del partito Rashtriya Prajatantra Party – che nelle elezioni del 2022 ha ottenuto il 6% dei voti e 14 seggi parlamentari –, oltre che da fazioni della destra hindu-nazionalista di governo indiana e dall’Hindu Swayamsevak Sangh – branca nepalese dell’organizzazione hindu-nazionalista Rashtriya Swayamsevak Sangh.
L’obiettivo di Shah e supporters è di cancellare la repubblica parlamentare e secolare nepalese per ripristinare la monarchia, condizione imprescindibile per la formazione dell’Hindu Rashtra – Stato dove identità, cittadinanza e leggi sono fondati sui principi e valori della cultura hindu-nazionalista. A spalleggiare quest’opzione ci sono i media indiani che hanno più volte ripreso selettivamente le voci di monarchici, e fazioni hindu-nazionaliste legate a Yogi Adityanath – santone a capo del tempio di Gorakhnath Mutt, governatore dello Stato dell’Uttar Pradesh in quota Bharatiya Janata Party e capo della milizia Hindu Yuva Vahini – i cui ritratti sono stati portati in mano durante le manifestazioni che hanno accolto Gyanendra. A rinforzare il legame non è solo il progetto politico-ideologico ma anche il legame religioso tra la dinastia reale degli Shah e il tempio di Gorakhnath Mutt.
Nell’attuale transizione iniziano a prendere piede nuove istanze politiche in cerca di rappresentanza, mentre revanscismo e partiti pre-rivoluzionari restano ai margini della competizione. Il conflitto sociale e democratico, pur nelle sue manifestazioni più violente, non ha prodotto una rivendicazione complessiva anti-sistema ma fondamentalmente anti-establishment: non è lo Stato ad essere messo in discussione ma il suo governo, non è l’ideologia comunista ad essere nel mirino delle proteste ma i suoi rappresentanti politici. Elementi che sembrano appartenere ad un momento liberale ben rappresentato dalle richieste avanzate dai nuovi partiti della Gen-Z.
Processo rivoluzionario che assume maggior peso nel contesto regionale, imperversato da movimenti più o meno Gen-Z – come in Bangladesh, Sri Lanka e Indonesia – che condividono forme ed obiettivi dei movimenti nepalesi. La peculiarità del passaggio da rivolta a processo trasformativo sta nella riuscita mediazione degli interessi sociali con le istituzioni, nonostante i limiti organizzativi dei movimenti popolari, e nella condivisione di un’agenda per il rinnovamento morale della classe politica.
Luca Mangiacotti