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L’altro mondo impossibile

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L’altro mondo impossibile

Un ragazzo scrive con un pennarello 'Carlo Giuliani' al posto di 'Gaetano Alimonda' sulla targa della piazza durante la commemorazione della morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, Genova, 20 luglio 2015. ANSA/LUCA ZENNARO

22 anni dal G8 di Genova, come è cambiata la protesta, come siamo cambiati noi.
di Serena Ganzarolli e Marco Piccinelli

«Genova ha cambiato molto la mia vita. Stranamente ciò che ha cambiato la mia vita è la sensazione di essere stata miracolata. Sono rimasta indenne, mentre attorno a me le persone cadevano e venivano massacrate di botte» racconta Leyla Dakhli, giovane attivista francese di origine tunisina, ad Alexis Mital Toledo e Eric Jozsef, autori del documentario Gêne(s)ration del 2002, inedito in Italia. Ha lo sguardo spento, Leyla, mentre parla dei giorni del suo luglio 2001. Guarda fuori dal finestrino di un treno fermo su un binario, assorta e malinconica.

Il sogno spezzato della giovane Leyla è lo stesso delle trecentomila persone che, dal 14 al 22 luglio 2001, si incontrarono in una Genova militarizzata rispondendo all’appello del Genoa Social Forum, rete internazionale di 1187 organizzazioni tra attivisti ambientalisti, pacifisti, del mondo cattolico, delle ONG e dei centri sociali e femministe per discutere di clima, diritto alla salute, acqua pubblica, pace, ambiente, sviluppo sostenibile e giustizia, agricoltura e sovranità alimentare, proponendo soluzioni di segno opposto rispetto alle ricette del Gruppo degli otto paesi più economicamente avanzati. In opposizione al G8, quindi, che dal 19 al 22 luglio 2001 si riuniva nel Palazzo Ducale di Genova.

Ripercorrere a ventidue anni di distanza gli avvenimenti che si svolsero in quei giorni non è un semplice esercizio della memoria. È importante perché ci parla del presente: da una parte, i temi del Genoa Social Forum sono i temi del nostro presente; dall’altra, i protagonisti di quelle giornate non sono così distanti da noi. Il governo di allora infatti, presieduto da Silvio Berlusconi, santificato alla morte dall’attuale governo, è lo stesso sotto il cui mandato si verificò quella che Amnesty International definì come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Una rappresentazione – sia concesso – ironica ma non troppo del clima che si respirava quei giorni la fornisce il «Corriere della Sera» del 30 giugno 2001. A pagina 6 campeggia il titolo che fa riferimento all’aspetto della città, tutt’altro che “tirata a lucido”, per cui Berlusconi, allora Primo Ministro, cercava di suonare la carica sulle tempistiche dei lavori. Sulla destra un piccolo trafiletto: a Genova è stata rubata un’ambulanza ed è scattato l’allarme. «Ogni mezzo, soprattutto quelli pubblici, potrebbe essere mimetizzato e usato per “sfondare” le barriere di sicurezza. […] I residenti dovranno comunicare se ospitano stranieri e “denunciare” qualsiasi variazione ai dati forniti durante il censimento». La tensione era palpabile e anche quel che parrebbe essere stato un semplice allarme di un tentato furto, aveva fatto riaccendere la proverbiale miccia attorno alla “città blindata”. In basso a destra due articoli: «La rivoluzione in videogames: si chiama “Red faction” ed è il primo videogioco dedicato alla lotta di classe. Sta per arrivare in Italia ed è già diventato un fenomeno di culto nei centri sociali di mezza Europa […] i contestatori utilizzano “Red faction” come allenamento»[1].

Taglio basso: «I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8»[2]. Il racconto della politica di quei giorni non può che partire dalla considerazione che Fabrizio Caccia produceva nell’articolo: la Roma bene, per sua stessa natura decadente nonché filo-progressista più per volere del luogo comune che in ossequio alla realtà, agli occhi disincantati e giudicanti dei più, si preparava in massa e in marcia a prendere parte alle realtà del movimento che dalla Capitale si sarebbe spostato a Genova il mese successivo.

Pier Ferdinando Casini in quei giorni diceva che «i genovesi devono poter girare liberi nella loro città», l’allora Presidente della Camera dei Deputati faceva riferimento evidentemente alla “città blindata” in vista dei cortei. «Era un po’ sgarrupata [Genova] ma adesso va molto meglio», diceva Berlusconi il 15 luglio, «la città arriverà preparata all’appuntamento della prossima settimana, anche se si tratta di un appuntamento difficile»[3].

Il Primo Ministro, nei giorni precedenti ai fatti, girava per la città e rilasciava dichiarazioni come ormai aveva abituato gli italiani: «Le manifestazioni di protesta contro le riunioni del G8 sono paradossali. Si discuterà proprio dei temi che i contestatori sollevano. Tra questi la povertà nel mondo, le grandi malattie che si devono combattere, la necessità di non far morire più la gente di fame e di non lasciare nessuno nell’analfabetismo. Un altro tema fondamentale sarà quello dell’ambiente […]».

 

Che ventidue anni dopo avremmo ricordato quei giorni durante una violentissima ondata di caldo causata proprio dal cambiamento climatico che quel G8 aveva la responsabilità di fermare, Berlusconi non poteva saperlo.

Di certo, gli unici incontri in cui si affrontò seriamente il tema del surriscaldamento globale furono quelli del Genoa Social Forum. I movimenti presenti e repressi con la violenza a Genova sono cruciali per il presente proprio perché affrontarono per primi questioni oggi dirimenti, tra tutte quella ambientale e la tutela dei migranti. I movimenti ambientalisti che caratterizzano il nostro presente, dal Friday For Future a Last Generation, sono insomma figli di quel movimento altermondialista di cui faceva parte la generazione di Leyla, così come le ONG che ogni giorno salvano le vite di migliaia di migranti che tentano di superare indenni le alte mura e il mare profondo di un’Europa sempre più chiusa in sé stessa.

Soprannominato erroneamente dai media movimento no-global, il movimento altermondialista che lottava con lo slogan “un altro mondo è possibile” e che, come Leyla, lottava per il benessere, il progresso e i diritti umani di tutti, rappresentava le istanze del popolo di Seattle. Sorto nel 1988 a Berlino dove si teneva la conferenza del Fondo Monetario Internazionale, il movimento si diede poi appuntamento a Parigi, Madrid, Londra e, appunto, a Seattle, dove il 30 novembre 1999 sfilò la prima grande manifestazione di protesta e si verificarono degli scontri tra polizia e manifestanti. Come accade anche oggi nella narrazione mediatica dei gruppi ambientalisti, già allora il racconto giornalistico si concentrò principalmente sulle azioni di protesta.

A Genova tuttavia il sistema di informazione fallì su tutti i fronti, pubblicando (senza verificarne la veridicità) le informazioni false fornite dai servizi segreti, cui la politica diede credito: si parlò di «palloncini con sangue umano infetto da lanciare sui manifestanti; copertoni di auto da lanciare infiammati sulle colline di Genova, l’affitto di un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale; buste di plastica con sangue di maiale da lanciare sulle forze dell’ordine per disorientarle e la predisposizione di due testuggini umane, formate da ottanta manifestanti ciascuna». Fatti che, ovviamente, non si verificarono mai. Significativo, quanto amaramente ironico, fu l’articolo di Norma Rangeri su «il manifesto» del 20 luglio 2001 in cui la giornalista poneva l’accento sulla natura dei servizi telegiornalistici: «Non è successo ancora nulla (o quasi) ma se la notizia non c’è si trova. […] si può occupare tempo e denaro (il nostro) per mostrare [in televisione] i poliziotti che perquisiscono i genovesi ai valichi della zona-rossa senza trovare nulla. Quel nulla che basta e avanza per consumare due o tre minuti spiegando che si “perquisisce una borsa sospetta”. Ora una borsa è una borsa, specialmente se quella inquadrata è un classico (e anche elegante) cestino di cuoio per signora. Oppure si può andare dal prete che, di fronte alla telecamera, non vuole perdere i suoi secondi di celebrità e spara sciocchezze a salve (“meglio non celebrare matrimoni per evitare assembramenti e sommosse”). Oppure ci si può collegare con la sala stampa (naturalmente deserta) per giocare d’anticipo (“presto si riempirà”)»[4].

Pare non essere cambiato nulla, da quel giorno, in quanto alla diffusione di aprioristiche tensioni: «Il meccanismo è infernale: la conduttrice in studio riassume i fatti, passa la parola all’inviato-capo (si riconosce perché si fa riprendere con le navi alle spalle) che, a sua volta, ripete il riassuntino, poi la linea va ai cronisti che buttano il microfono sotto il naso di chiunque, pur di saziare la fame prepotente di sette emittenti nazionali per un’offerta di una trentina di edizioni di tg al giorno»[5].

I giorni di Genova del 2001 rappresentarono per il movimento altermondialista un punto di non ritorno. Finì a Genova, il primo movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, come lo definì la politologa Susan George, a colpi di pistola e manganello. Con l’uccisione di Carlo Giuliani, 23 anni, a piazza Alimonda, con le violenze della polizia, agite indiscriminatamente sui manifestanti, che portarono al ferimento di circa milleduecento persone. Terminò con le torture della scuola Diaz (93 le persone abusate) e nella caserma di polizia di Bolzaneto: gli agenti resteranno impuniti, perché in Italia il reato in questione esiste solo dal 2017 (e che, ora, il governo Meloni vuole abrogare). Solo nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilì i risarcimenti per le vittime e chiarì che alla Diaz le torture ci furono per davvero.

Il “giorno dopo”

«Se verranno individuati abusi, violenze ed eccessi, non vi sarà copertura per chi ha violato la legge. Ma siamo tutti convinti che non si deve confondere chi ha aggredito e chi è stato aggredito, chi ha difeso la legge e ha cercato di tutelare l’ordine e chi, invece, contro quest’ordine si è scagliato»[6], così disse in Senato il Primo Ministro Silvio Berlusconi, come annotava certosinamente Ida Dominijanni del «manifesto».

Nel ventennale dai fatti di Genova Fabrizio Cicchitto scrisse un lungo articolo sui responsabili del G8 oltre Berlusconi e Scajola che venne pubblicato dal «Riformista» (quello di Sansonetti, nda). Le responsabilità sarebbero state anche di altri e, il già componente del Copasir e vice capogruppo di Forza Italia alla Camera di quella Legislatura, additava tutto l’arco parlamentare nell’introduzione dello scritto: «Una catena di errori politici commessi dal governo D’Alema, dal governo Amato, da quello di Berlusconi, dal PDS, da Rifondazione Comunista e da AN, gravissimi errori gestionali e comportamentali da parte dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro e dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Sergio Siracusa, l’irruzione di un mucchio selvaggio costituito da migliaia di manifestanti che non erano solo degli angeli, ma fra i quali c’era di tutto – pacifisti, contestatori razionali, praticanti della guerriglia urbana, black bloc – ha portato ad un autentico disastro nel quale ci fu la distruzione sistematica di pezzi della città, una durissima guerriglia urbana, il massacro da parte delle forze dell’ordine di dimostranti inermi, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana praticata alla Diaz e a Bolzaneto»[7]. Poco importa se Berlusconi avesse dichiarato all’inizio della conferenza stampa a seguito dei noti fatti come non ci furono state «falle importanti»[8].

Cicchitto, ex post, rincara la dose: «Due conclusioni. Anche per una questione di intelligenza politica e di credibilità internazionale, la linea del governo Berlusconi era per la mediazione e per il dialogo, certamente non per la repressione e per la macelleria messicana. Al netto, però, di tutte le successive vicende giudiziarie, ma per una valutazione politica di merito su quello che era accaduto, subito dopo il G8 Berlusconi avrebbe dovuto sollevare dai loro incarichi il capo della Polizia De Gennaro e il comandante dell’Arma dei Carabinieri Siracusa: avrebbe dovuto farlo anche se essi, specie il primo, erano protetti da forze importanti e molto potenti della sinistra. Questa ricostruzione riguarda solo lo svolgimento dei fatti, in altra occasione faremo una riflessione sui massimi sistemi»[9]. Condire con sapiente uso del condizionale e riflessione ex post quanto basta, o q.b. per gli appassionati di blogging culinario.

Da quella fase il mondo della narrazione contraria, o se vogliamo della “contro-narrazione” prodotta dai governi e dal (neo)liberismo, venne semplicemente soffocato. Il punto è dolente e tocca ancora oggi i destini e le sorti di un’alterità politica: orecchie e cuori non sono più in grado di prestare ascolto a quella che è una proposta alternativa all’uniformità del liberalismo politico dell’ultimo quindicennio.

Le strade si sono divise per la manifestazione del pensiero contrario: il dopo Genova ha portato la risacca nei cuori delle generazioni successive. Arrendevolezza in potenza, anche contro il proprio istinto.  Il mondo è cambiato quel giorno perché chi ha avuto il coraggio di parlare ed è sceso in piazza, ha smesso di farlo dopo quanto accaduto. La costruzione dell’alterità sociale e politica è stata messa sotto scacco ancor prima che essa potesse tradursi in azione sebbene la questione ambientale sia tutt’ora uno dei temi che più vengono trattati tanto dai movimenti quanto dalla stampa, pure mainstream. Ma il bivio è stato segnato: chi contesta è anche tollerato (non sempre, s’intende) purché rimanga nell’alveo del dialogo istituzionale e porti la sua contestazione ad un tavolo di confronto sanciti da strette di mano e fotografie di rito. Purché non si tracci un’altra strada ideologica: anticapitalismo non può essere collegato ad ambientalismo così come a nessun altro grande tema settoriale di cui, di tanto in tanto, l’informazione sembra volersi occupare per dovere d’impaginazione.

Gli slogan mutano e non si immagina neanche più un altro mondo possibile: improbabile anche sognarlo, teorizzarlo men che meno. L’ultima generazione suona la carica attuando, spesso, proteste che indignano l’opinione pubblica, la grande stampa e la politica ma il muro mediatico sembra essere insormontabile.

[1]     s.n. La rivoluzione in videogames, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001.

[2]     Fabrizio Caccia, I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001

[3]     Augusto Boschi, “Per me Genova è okay”, «il manifesto», 15 luglio 2001.

[4]     Norma Rangeri, Ansie da audience ai tg del G8, «il manifesto», 20 luglio 2001.

[5]     Ibidem.

[6]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.

[7]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola, «Il Riformista», 22 luglio 2021.

[8]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.

[9]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola, «Il Riformista», 22 luglio 2021.

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