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Marco Piccinelli

L’altra manovra

L’altra manovra

maria vittoria molinari

Siamo agli sgoccioli, dell’anno e della Legge di bilancio. Lo spettro dell’esercizio provvisorio, temuto e agitato da più parti, sembra essere stato allontanato e scacciato dal governo a suon di voti di fiducia e modifiche alla manovra.

La “manovra coraggiosa” è solo un ricordo della prima conferenza stampa: il Governo, d’altra parte, si è sempre sincerato di non causare troppi malumori nei confronti dell’UE e dei settori produttivi (Confindustria).

Per dare una lettura diversa della manovra, abbiamo voluto intervistare Maria Vittoria Molinari dell’Asia-Usb di Tor Bella Monaca, che nel quartiere di Roma est coordina la sede territoriale di via dell’Archeologia (comprensiva di sportello sindacale e di Caf).

Ad inizio mese USB e i sindacati di base tutti (dal SI Cobas all’USI) sono scesi in piazza per denunciare la Legge di bilancio e il finanziamento all’industria bellica: “Alzate i salari, abbassate le armi”, come mai questo titolo?

La questione centrale rimane il salario: ci si muove all’interno di un meccanismo di produzione e di un sistema economico che continua a fare dell’Italia il paese in cui i salari sono diminuiti. Nonostante quel che ha scritto l’Istat ultimamente: sono cresciuti rispetto a cosa? A quale situazione di partenza?

Tutte le misure prodotte da parte di ogni governo che si è alternato al potere nel corso di questi ultimi trent’anni hanno attaccato il salario delle lavoratrici e dei lavoratori.

Come giudichi questa manovra?

Rappresenta l’interesse di una parte, cioè di un gruppo sociale che intende rappresentare la Meloni. L’introduzione della flat tax così come attuata, l’attacco al Reddito di cittadinanza, stanno a significare solamente una cosa.

Quale?

“Difendiamo una parte della società e tartassiamo l’altra”, così da espandere la platea del cosiddetto “esercito industriale di riserva”.

Tu vivi una realtà lavorativa, nonché di attivismo sindacale, molto peculiare, cioè quella di Tor Bella Monaca. Dal tuo punto di osservazione (sportello sindacale USB e Caf) ti ritrovi con quanto viene detto in questi anni sul Reddito di cittadinanza e sull’assegno di disoccupazione (Naspi). Combacia con quanto accade nella periferia romana?

Da queste parti, il Reddito di cittadinanza ha permesso alle persone di poter mangiare e non sto scherzando. Il contesto lo conosciamo tutti: il connubio tra disagio sociale e povertà si è acuito sempre di più col passare degli anni e molte persone, attraverso la misura ora contestata del reddito, hanno avuto possibilità di poter acquistare beni di prima necessità. È vero che noi agiamo in un territorio con tantissimi problemi, anche più grandi di quello legato al reddito; siamo in uno dei municipi più grandi di Roma nonché quello più povero ma c’è anche da dire che molti lavoratori prendevano l’integrazione, insomma: la variabile di problematiche e di casistiche è molto molto più fitta della narrazione imperante che vorrebbe il percettore medio del beneficio “seduto sul divano senza voglia di lavorare”.

Nell’immaginario collettivo, però, si è ormai fatta strada questa tesi.

Dobbiamo destrutturarla completamente. Si sono sentiti numeri e dati completamente senza cognizione di causa, nel corso di questi mesi, volti a creare questo clima e quella specifica narrazione di cui parlavi. S’è sentito di percettori del reddito arrivare a 1.200€ e 1.500€: numeri assurdi!

È irreale arrivare a percepire quelle cifre?

Chi arriva a quella cifra è: una famiglia numerosa (quindi con molti figli e sicuramente piccoli) ma con almeno uno disabile. Altrimenti si prendono 500€ o più, ma sempre parametrato con i componenti del nucleo familiare.

Si danno numeri che non capisco se li danno perché non conoscono la misura di cui parlano, oppure perché stanno creando il clima della guerra fra poveri.

C’è anche l’altro capitolo del governo, ovvero quello legato al lavoro: chi percepisce il reddito – si dice – è meno predisposto a voler lavorare: è così?

Assolutamente no. Mi spiego meglio: al nostro sportello si rivolgono persone che percepiscono il reddito e che desiderano avere un’occupazione. Il punto centrale è che si vuole togliere questo beneficio così da rimpolpare le fila di quell’“esercito industriale di riserva” di cui parlavo prima e sfruttare meglio. In sostanza: per avere più manodopera ben disposta a farsi sfruttare.

Torniamo al tema del salario minimo, in sostanza.

Parte tutto da lì, così come il conflitto tra il capitalismo italiano in alcune fasi della discussione e delle modifiche della Legge di bilancio: il contrasto tra Banca d’Italia e Confindustria nasce proprio da questa tematica. Per l’unione degli industriali il reddito è una misura da contestare perché, altrimenti, gli imprenditori non avrebbero grandi disponibilità di personale che può essere sfruttato a basso costo. Stiamo parlando di salari che, spesso, partono da 3 o 4€ l’ora.

Da anni, prima con la campagna “Schiavi mai!” poi ora con la questione legata al salario, ci battiamo per una giusta paga: il nuovo governo ha suonato il De profundis a questo tema. Riguardo a tutto ciò va detto che sta affacciandosi anche l’altro tema, quello dell’automazione: ci sono dei settori dell’industria per cui una macchina riesce a sostituire il lavoro di 5 o 10 persone.

Intendi la transizione dall’industria metalmeccanica alla cosiddetta “meccatronica”?

Precisamente. La disoccupazione che verrà generata da questa “svolta” come verrà gestita? Milioni di disoccupati. Come campano? Letteralmente.

Oltre a questo, riguardo la manovra ha altre ombre riguardo i fondi del Pnrr, per cui già settori della società civile si stanno mobilitando (penso alla campagna lanciata dall’associazione Openpolis). Secondo te il “Piano di ripresa e resilienza” rappresenta davvero un fattore positivo?

A tal proposito c’è da dire questo: qualche tempo fa qui a Tor Bella Monaca avrebbe dovuto esserci la presentazione del piano per Via dell’Archeologia (130 milioni di euro) [1].

La difficoltà dei comuni, allo stato attuale, non è solo quella di poter mandare avanti la progettazione, ma anche quella di reperire le materie prime per i rincari causati dai fattori che ben si conoscono (guerra, inflazione etc). Come restituiremo questi soldi? Intendiamoci: finalmente intravediamo qualcosa di positivo per l’R5 e per le Torri. Ma il Pnrr è un finanziamento in parte a fondo perduto e per molta parte a debito. C’è chi sta tornando a parlare del Mes: torneremo a indebitarci di nuovo.

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