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Il nostro reddito dipende da quanto siamo bravi? Un’analisi della serie tv “Maid”

Il nostro reddito dipende da quanto siamo bravi? Un’analisi della serie tv “Maid”

La serie Netflix Maid, rilasciata nel 2021 e creata da Molly Smith Metzler, è potenzialmente una delle migliori degli ultimi anni. Ispirata al libro omonimo di Stephanie Land, e con Margaret Qualley nel ruolo della domestica protagonista, la venticinquenne Alex, la serie racconta vari mesi durissimi nella vita di una giovane donna della classe lavoratrice che fugge da una relazione abusiva e fa del suo meglio per crescere la figlia di soli tre anni.

Maid denuncia vari temi importanti: mette a fuoco un tipo di donna spesso dimenticata dal femminismo liberale egemonico, cioè una donna che lavora come domestica; racconta la sua storia con uno stile realista che, in certi punti, può sembrare un documentario su situazioni che stanno realmente accadendo, accenna quanto inaccessibile il sistema legale sia per le donne povere e lavoratrici, mette a fuoco quanto sia importante rivendicare il diritto a un’abitazione sicura. In questi aspetti, la serie è fatta così bene che ci ricorda il cinema di Ken Loach che, in film come I, Daniel Blake (2016) ci racconta il dramma capitalista che soffrono le classi povere e lavoratrici nel Regno Unito, o film come lo spagnolo Techo y comida (2015), ‘Tetto e cibo’, che ottiene un effetto simile. MAID, però, ci racconta una storia un po’ diversa rispetto a questi altri due prodotti cinematografici: non si limita ad essere un cinema di denuncia sociale, ci propone invece un’ideologia abbastanza concreta.

Innanzitutto, questa serie ha un lieto fine: una fine che sa di favola, nella quale la protagonista, buona, brava e bella, riesce a compiere un suo sogno mentre i cattivi hanno quello che si meritano. La serie segue Alexandra, una giovane donna madre di una bambina di tre anni, che porta via con sé quando, dopo un episodio violento, decide di lasciare il suo fidanzato e padre di sua figlia, Sean, che ha dimostrato comportamenti abusivi. Da quel momento in poi, Alex comincia a lavorare come domestica, e s’imbarca in un’odissea nella quale è alla disperata ricerca di una casa sicura per sé e la sua bambina, deve prendersi cura di sua madre, che soffre di gravi problemi economici e di salute mentale, e deve resistere alla tentazione di tornare nella situazione di abusi domestici dalla quale sta cercando di fuggire.

Alla fine, però, Alex riesce ad entrare in un’università per studiare scrittura creativa e si trasferisce vicino a questa con sua figlia. Il sapore di sogno americano è chiaramente presente nell’ultimo episodio della serie. Questa ignora in modo quasi totale, però, che, negli Stati Uniti, sono pochissime le persone povere o di classe lavoratrici che possono scegliere sia di studiare sia di lavorare in una carriera di questo tipo. Ci propone, invece, l’idea che lavorandoci duramente possiamo ottenere tutto ciò che desideriamo, anche se veniamo da situazioni che lo fanno sembrare impossibile. E ciò che forse è ancora più grave, e che la serie ci propone, è che c’è un’altra cosa che ci può portare a realizzare i nostri sogni dentro al capitalismo: l’essere buoni. Fare i bravi.

Sono i piccoli dettagli quelli che fanno capire allo spettatore, sottilmente, che Alex è diversa dalla gente che la circonda: lei è migliore, lei è più buona. Un chiaro esempio di questo è quando una compagna del rifugio per donne vittima di violenza domestica prende in ostaggio il cane di una delle donne alle quali Alex aveva pulito la casa, Regina, che però non l’aveva pagata. Alex, invece di usare il cane per ricattarla e prendersi così i soldi che le spettano, chiarisce allo spettatore un suo tratto molto importante: lei ‘non ruba’, ‘I don’t steal’. Così, la serie ci fa notare la prima differenza tra Alex, che non è disposta a ‘rubare’ anche se nel farlo otterrebbe dei soldi che le spettano, e un’altra vittima di violenza domestica che, come scopriremo più tardi, finisce a vivere di nuovo con il suo partner violento.

Più avanti, al supermercato, nel quale la cassiera che serve Alex viene presentata come una figura fredda e snob invece che una potenziale compagna in qualunque tipo di lotta sociale, la protagonista sceglie, tra una busta di plastica e una di carta, di farsi dare quella cartacea. Il cliente che la segue, col carrello pieno e uno sguardo decisamente dispregiativo verso la protagonista che usa gli aiuti statali per fare la spesa, chiede invece di avere le buste di plastica, ‘just plastic’. Questa è una delle interazioni destinate a segnalare le virtù della protagonista, che fa lo sforzo di usare buste riciclabili anche se la sua vita è molto più difficile di quella di coloro che non sono disposti a fare neanche questo piccolo sacrificio.

La protagonista, però, non viene paragonata solo a persone benestanti, ma anche ad altre lavoratrici delle pulizie. Infatti, queste vengono rappresentate come fredde, antipatiche e antagonistiche al punto che è difficile trovare una scena nella quale vengano minimamente umanizzate. Cominciando dalla scena nella quale Regina, un personaggio che alla fine della serie viene rappresentato come la salvezza di Alex per via dell’aiuto legale che le offre gratuitamente, tratta in modo freddo e dispregiativo, riferendosi a lei come ‘this woman’, ‘questa donna’, la domestica che sta mandando via per riavere, invece, Alex. Questa lavoratrice meritava di essere trattata male da Regina solo perchè puliva, sempre secondo Regina, peggio di Alexandra? Né la serie né la sua protagonista sembrano preoccuparsene, sono molto più dedicate ad approfondire la relazione tra lei e la ricchissima Regina.

Al lavoro, la responsabile di Alex, anche lei comunque una domestica, è un altro personaggio che la serie dipinge come antagonista. Fin dal primo momento, tratta Alex severamente e con ben poca umanità. Quando Alex le manifesta di provare della simpatia verso Regina, Yolanda, la responsabile della società di pulizie, le dice di non credere mai di essere importante per il cliente. La serie, invece di farla sembrare minimamente ragionevole e di stabilire l’unione tra lavoratrici come priorità, preferisce dare ragione ad Alex e la sua stima per Regina nel concludere con Regina come ancora di salvezza. La presenza di Yolanda, invece, finisce per ricordarci quella di una strega cattiva di un film Disney: finisce per licenziare Alex, portandola ad alcuni episodi depressivi.

Delle domestiche colleghe di Alex non si può dire niente di meglio. Ladre che cercano di spingere Alex a rubare, al che lei ci ricorda che lei ‘non ruba’, le domandano, scioccate: ‘What are you, good?’ (‘Che sei, buona?’). È ovvio che lo spettatore è portato a notare quanto lo sia e a mettere le lavoratrici a confronto. Con gusti musicali rock che vengono rappresentati come fastidiosi e violenti, un trattamento crudele verso Alex, alla quale danno le peggiori stanze da pulire e rubano i prodotti, e un’antipatia assoluta e costante, le altre lavoratrici, l’unione con le quali sarebbe, realisticamente, ciò che porterebbe Alex più vicina a delle vittorie collettive, rimane assolutamente fuori da ogni risoluzione positiva proposta dalla serie. Non solo: nel sottolineare in modo così forte le differenze tra Alex e le altre lavoratrici, la serie ci sta mandando un messaggio su quali comportamenti rendono una lavoratrice meritevole di un lieto fine e quali no.

La serie ci dice che c’è anche un modo di essere ‘buone’ quando siamo in una relazione abusiva: andare via e non tornare mai più. Anche se andare via, come accade a Alex, significa rimanere senza tetto e dormire in macchina. Questo fatto ci viene presentato come così indiscusso da farci sembrare non solo logico, ma assolutamente necessario il fatto che Alex non accetti nemmeno l’offerta di suo padre di rimanere a casa sua quando scopre che lui era violento con sua madre quando lei era bambina. Anche se questa rimane una reazione del tutto ragionevole, risulta insultante pensare che lo farebbe qualunque donna, così come risulta insultante il fatto di presentarla come scelta, quando le alternative – rimanere senza tetto, dormire in una casa piena di muffa tossica, usare una macchina come casa – sono ugualmente violente.

Verso la fine della serie, Alex si complimenta con sua madre per non essere mai tornata da suo padre, anche se le condizioni economiche e di vita della donna e della Alex bambina erano terribili. Nel concludersi così, è chiaro che la serie ci propone delle classifiche morali nelle quali le donne che non hanno ombra di dubbio nel lasciare l’uomo che le maltratta sono superiori a quelle che, in condizioni materiali strazianti, vengono prese dal dubbio o cambiano idea svariate volte.

maid

Risulta ragionevole concludere che MAID ci sta mandando un messaggio abbastanza chiaro: se sei buona, se fai la brava, se lavori duro, allora la tua storia avrà un lieto fine. Se invece decidi di rubare quando ne hai bisogno, se non ricicli persino nelle giornate nelle quali sei più sfinita, se non sei quella che lavora per più ore e con più sforzo, se non rispetti e fai amicizia coi clienti che ti sfruttano, se sei antipatica con le persone, se non sei una donna assolutamente razionale e capace di lasciare un partner abusivo e non tornare mai più da lui, allora preparati. Preparati, sembra dirci la serie, a rimanere condannata alla violenza domestica, a essere licenziata e trattata disumanamente, a rimanere per sempre in un lavoro con delle condizioni di sfruttamento atroci.

Maid denuncia le condizioni materiali che affrontano giovani donne in situazione di violenza domestica. È triste che ci comunichi, però, che per venirme fuori bisogna meritarselo. Le condizioni materiali che ci fa vedere il tipo di cinema di denuncia sociale al quale MAID, fino a un certo punto, appartiene, non le merita nessuno, neanche il peggiore dei personaggi di questa serie. La realtà è diversa: le donne abusate non sono soggetti totalmente razionali, le lavoratrici non devono sforzarsi fino allo sfinimento come fa Alex, ne devono essere brave ragazze che si preoccupano dell’ambiente per meritare di poter studiare ciò che amano. Le lezioni morali di questa serie non sarebbero state necessarie, ma oltre questo sono anche ingannevoli: non dobbiamo fare i bravi per ‘meritare’ delle buone condizioni materiali, dobbiamo solo essere quello che siamo: umani.

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