Marco Piccinelli

Il monitoraggio sul PNRR di Openpolis

Il monitoraggio sul PNRR di Openpolis

Meloni

Che il Pnrr stia tenendo il banco del dibattito politico e dell’informazione italiana, è un dato di fatto. Quale sia l’ambito di discussione e per quale motivo permane – con tutta evidenza – una mancata trasparenza nel processo di dibattito e decisione a riguardo, è un fatto che non è noto ai più. Per provare a fare chiarezza sul tema, abbiamo interpellato Martina Zanghi di Openpolis, una delle realtà della società civile tra le più attive in ambito di trasparenza di atti parlamentari e di processi decisionali.

Il dibattito politico di questi giorni sta presentando il tema del Pnrr con implicazioni a tinte fosche per il governo. Openpolis sta monitorando i processi relativi al Piano e conseguenti azioni politiche già da prima del Governo Meloni. Si parla di modifiche in corso d’opera ma senza troppa trasparenza, è corretto?

«La struttura del Pnrr di per sé presentava già delle problematicità, per come il piano era stato strutturato dall’inizio. Finché c’è stato il Governo Draghi, quello che doveva essere realizzato per il Pnrr (scadenze, normativa e via dicendo) riguardo realizzazioni amministrative, prima ancora dei progetti, era stato realizzato. C’è da dire poi che Draghi aveva un rapporto diverso con la Commissione: una relazione di fiducia altra con la Commissione. Con la presenza dell’ex Primo Ministro sembrava che le cose stessero andando per il meglio. Le tranches erano sempre arrivate».

L’attività di sorveglianza da parte vostra è cominciata fin da subito, però.

«Noi di Openpolis abbiamo sempre evidenziato criticità in termini di mancata trasparenza, tempi contingentati, questioni legate ai soldi da spendere e via dicendo. Col cambio di Governo, Giorgia Meloni ha subito detto che avrebbe modificato il Pnrr per varie ragioni. Il processo per le modifiche è molto lungo: c’è da inviare una lettera alla Commissione in cui spiegare le modifiche e le ragioni oggettive per cui quei cambiamenti si sono resi necessari, la Commissione deve discuterle e approvarle… Un sistema abbastanza complesso strutturato in sede europea per evitare che le alternanze di governo potessero ostacolare un processo in corso. Meloni ha detto fin da subito che la situazione di ritardo in essere è stata ereditata dal governo Draghi. In parte è anche vero. Il nuovo governo è in carica, però, da cinque mesi e la situazione permane immutata senza miglioramento».

Non sta in piedi il discorso delle responsabilità dei governi precedenti?

«Le cose non sono migliorate ma peggiorate in parte perché nel 2023 inizia la fase dei cantieri, dunque la posta in gioco è più alta e la trasparenza è diminuita rispetto a prima. In più: il governo arranca nel rispetto delle scadenze».

Perché?

«Si è deciso di fermarsi e modificare la governance, dunque cambiando la struttura di comando del Pnrr, accentrando poteri al commissario e togliendoli agli enti locali. Una modifica di questo tipo rischia di rallentarti ancora di più».

C’è poi anche il cosiddetto “Repower EU”.

«Entro il 30 aprile. Cioè: bisogna integrare il piano energetico per sopperire all’aumento dei costi dell’energia a causa della guerra in Ucraina. La fase che si presenta sembra essere quella di una bolla che sta per esplodere. Tanto che il 27 marzo la Commissione ha inviato una nota a Palazzo Chigi in cui è stato detto di prendere altro tempo per valutare le scadenze riguardo alcune questioni presenti nel Pnrr».

È solo questione tecnica o anche politica?

«È anche una questione politica: questo intervento della Commissione rientra in una dinamica politica più che tecnica».

Prima hai detto, riguardo il rapporto tra la Commissione e l’ex Primo Ministro, come Mario Draghi fosse una figura di garanzia e fiducia per la Commissione. Pare quasi di sottintendere un rapporto di favoritismi o clientelare, o no?

«No, non lo direi in questi termini. Ci sono tante dinamiche che entrano in gioco».

Cioè?

«Ogni sei mesi la Commissione valuta le scadenze che ogni Paese è tenuto a rispettare. Se quel Paese ha proceduto in maniera corretta, viene inviata la rata di risorse. Con Draghi è successo due volte e sono sempre state inviate le tranches, sebbene anche noi di Openpolis avessimo evidenziato questioni pendenti. Ad esempio: se un provvedimento non era ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, comunque era stato approvato istituzionalmente. Formalmente non era stato completato l’iter, ma ne era stato completato il ciclo. Un conto è se Mario Draghi assicurava questa cosa, un altro è se Giorgia Meloni assicura di aver piantato – ad esempio – gli alberi nelle città metropolitane pur non essendone stati piantati la metà».

Capitolo trasparenza. Se prima dei processi del Pnrr si sapeva ben poco, adesso – con modifiche in itinere – si sa ancor meno. In una fase storica in cui si parla costantemente di trasparenza, qui pare ce ne sia pari allo zero, o no?

«Adesso ce n’è ancora meno perché la fase è più difficile da monitorare: ci sono tanti progetti in corso e, se ci fosse trasparenza, il cittadino potrebbe conoscere quali sono chi sta facendo i lavori etc. In generale – Pnrr a parte – la trasparenza non è molto “amata” dalle istituzioni, nonostante potrebbe essere una risorsa per la politica nel dialogo coi cittadini».

Anche perché alle persone, nel procedimento amministrativo, di dialogo con le amministrazioni pubbliche, è richiesta.

«Esatto. Certo è che, tornando al Pnrr, anche gli enti locali inizialmente hanno avuto difficoltà di approccio e monitoraggio. Al momento non sappiamo l’entità dei progetti, cosa si sta costruendo e chi lo sta portando avanti. Questo fattore in un paese come l’Italia, in cui c’è un rischio maggiore rispetto ad altri paesi europei, è grave».

C’è il rischio di fare la fine del superbonus?

«Precisamente. [c’è da dire che] è operativa la piattaforma Regis, in cui in teoria ci sono tutti i dati su tutti i progetti».

Manca poco alle scadenze però.

«Un conto è la questione della trasparenza sui progetti e l’altra delle scadenze».

In che modo si differenziano?

«Quando parlo di progetti, parlo della costruzione e realizzazione di interventi, quando parlo di scadenze – ad esempio – si fa riferimento alla pubblicazioni di graduatorie riguardo investimenti. Ciclicamente, come Openpolis, facciamo un monitoraggio: una settimana fa ne risultavano 0 completate. La commissione controllerà a fine giugno; la scadenza di lavori che si sono dati al Governo è trimestrale ma ad ora è molto complicato che la tempistica si rispetti. Ma si capisce il perché: è stata cambiata la governance, c’è il Repower Eu da portare avanti ed è per questo che s’è cambiato atteggiamento da parte governativa. C’è anche da dire che da dicembre attendiamo la relazione sullo stato d’attuazione delle scadenze che non è stata ancora pubblicata».

E sui progetti?

«Abbiamo fatto le richieste di accesso per chiedere i dati e sapere cosa si stia costruendo coi soldi del Pnrr, ma la piattaforma Regis non è accessibile ai cittadini e gli ultimi dati presenti su Italiadomani sono fermi al 2021».

A tal proposito, negli ultimi giorni si fa riferimento a cifre da capogiro riguardo il Pnrr. Molto spesso, anche dal punto di vista dell’informazione, si punta alla quantità numerica di questa cifra, anziché al fatto che una parte piuttosto consistente dei finanziamenti sia a debito. Una scure che incombe, quella dell’aumento del debito, anche a causa dei fondi del Pnrr, è corretto?

«Assolutamente: la maggior parte dei fondi rappresentano un prestito. L’Italia è il paese che, in assoluto, ha ricevuto più risorse ma anche il prestito più grande. E questo supera le risorse a fondo perduto».

Un prestito che…

«…implica una restituzione».

Come, non ci è dato saperlo?

«La questione è anche un’altra, connessa a questa».

Quale?

«È abbastanza ‘utopico’ ‘rovesciare’ 191,5 miliardi di euro su un Paese come l’Italia – con i divari che ha in ambito amministrativo, burocratico, di classe sociale, di genere e via dicendo – e pensare di risolverne tutti i problemi. Questo perché non si ha una reale struttura per gestire tale flusso. E questo si è visto e lo si sta continuando a vedere in questa fase e non si riuscirà a spendere del tutto quei soldi. E anzi: il divario di cui parlavo poco fa rischia di aumentare».

In che modo?

«I comuni del nord chiedono i soldi che dal sud non riescono a spendere; le grandi città avrebbero chiesto i fondi che i piccoli comuni non riescono a spendere. Qualora dovesse avvenire, comporterebbe una forbice di divario ancora più imponente. L’idea che nel 2026 il Paese sia cresciuto così tanto, così rigogliosamente, da poter essere in grado di ridare tutti i soldi all’UE… Vien da sé…»

Impossibile? Una prospettiva abbastanza tetra.

«È possibile che nel 2026 ci si possa ritrovare con più diseguaglianze e con un mucchio di soldi da ridare all’UE».

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