30 anni da Srebrenica e le colpe sospese dell’Occidente

30 anni da Srebrenica e le colpe sospese dell’Occidente

Memoriale del genocidio di Srebrenica, ex base Nato Potichari, Bosnia Erzegovina
Memoriale del genocidio di Srebrenica, ex base Nato Potichari, Bosnia Erzegovina

Sono passati 30 anni da quell’11 luglio 1995 quando intorno alla località bosniaca di Srebrenica vennero uccisi oltre 8000 uomini, in gran parte tra i 12 e gli 80 anni, tutti civili unicamente “colpevoli” di essere bosgnacchi (bosniaci di religione musulmana). Gli autori del massacro furono le milizie serbo bosniache comandate dal generale Ratko Mladic, il quale è poi stato arrestato nel maggio del 2011 e condannato all’ergastolo dal Tribunale dell’Aia nel 2017. Tra le accuse a suo carico quella di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Ciò che avvenne in quei giorni è stato classificato come genocidio e a parlare sono le sentenze emesse dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) e dalla Corte internazionale di giustizia (ICJ).

Srebrenica è un piccolo paese collinare nel nord della Bosnia -Erzegovina, la “mattanza” venne compiuta nei boschi attorno al centro abitato e non lontano dalla zona industriale denominata Potocari, dove oggi è presente un memoriale. Un genocidio messo in atto in pochi giorni, nel centro dell’Europa geografica, a soli 50 anni di distanza dall’Olocausto e a pesare ancor di più sulle coscienze di tutti noi sono le importanti responsabilità dell’Occidente e in particolare dell’ONU.

La zona intorno a Srebrenica era infatti “Zona Protetta” e li erano arrivati profughi civili in fuga dai paesi vicini pesantemente bombardati. Al loro arrivo i paramilitari di Mladic hanno velocemente preso il controllo dell’enclave ai danni dei soldati ONU non preparati e subito minacciati dai soldati serbi. Mladic ha potuto così decidere riguardo la sorte di migliaia di persone.

In questo caso, diversamente da ciò che accade di solito, a pagare per i crimini commessi sono stati quasi solamente i più importanti comandanti. Molti tra gli esecutori materiali del massacro sono invece ancora oggi a piede libero e alcuni di loro non è raro incontrarli proprio a Srebrenica, magari in una delle case abbandonate dai bosgnacchi durante o dopo il conflitto. Oggi infatti la cittadina è a maggioranza serba e fa parte della Repubblica Srpska (l’entità statale serba all’interno della Bosnia -Erzegovina). Uno dei motivi principali per cui venne deciso, principalmente da Radovan Karadzic, capo politico dei serbo bosniaci, di colpire proprio Srebrenica era proprio quello di “ripulire” etnicamente la zona preparandola così a diventare parte della nuova entità statale a nazionalità serba. Un piano etnico che è stato poi confermato e reso realtà dagli accordi di pace firmati a Dayton nel dicembre 1995. Nella base americana in Ohio del resto sono stati invitati a trattare la pace gli stessi personaggi politici che quella guerra avevano deciso di farla esplodere 5 anni prima e con l’unico scopo di mantenere il potere nella regione. Stiamo parlando del presidente serbo Slobodan Milosevic, di quello croato Franjo Tudjman e del presidente bosniaco Alija Izetbegović. Anche per quanto riguarda il mantenimento del potere il piano sembra aver funzionato perfettamente poiché a trent’anni di distanza i partiti nazionalisti nati in quegli anni, o partiti strettamente collegati a quelli, governano ancora nei rispettivi paesi. Sono esempi validi il Partito Progressista Serbo (SNS) di Aleksandar Vucic o l’Unione Democratica Croata (HDZ) di Andrej Plenkovic.

Solo a maggio scorso l’ONU ha stabilito per l’11 luglio la giornata internazionale di riflessione e memoria del genocidio di Srebrenica e la votazione in seno all’ Assemblea ha comunque visto contrari numerosi stati tra cui la Serbia e la Russia. A Belgrado è ancora purtroppo diffusa un racconto della storia che esalta la figura di Mladic il quale diventa il “difensore del popolo serbo” che combatte contro il tentativo del nemico (bognacchi, croati, albanesi o occidentali in generale) di “annientare la Serbia e il suo popolo”. Vucic, al potere dal 2017 nel paese, è stato tra i primi ad opporsi alla proposta ONU e per lui, un erede politico di quella classe dirigente che portò la ex Jugoslavia al conflitto etnico, la scelta sembra essere un chiaro tentativo di difendere i voti e il consenso che gli sono stati garantiti anche da questo racconto distorto e nazionalista della realtà.

L’antidoto a tutto ciò però esiste ed è spiegato perfettamente nella frase: ricordare il passato e agire nel presente con azioni che devono essere concrete, comunitarie e che possano educare soprattutto le generazioni più giovani. Un motto predicato e messo in pratica da Alexander Langer, politico e giornalista italiano, suicidatosi qualche giorno prima dei fatti di Srebrenica, ma che si spese moltissimo per salvaguardare la pace e la convivenza multiculturale in Bosnia e nella ex Jugoslavia. Decisivi sull’argomento i suoi articoli del 1994 sulla convivenza pacifica tra etnie diverse e riguardo la strage di Tuzla del maggio ’95. Un bombardamento dell’artiglieria serba che costò la vita a 75 civili e ne ferì oltre 250.

Una manifestazione che negli ultimi anni ha assunto un certo rilievo internazionale e che ha proprio lo scopo di ricordare ciò che è avvenuto trent’anni fa è la “Marcia della Pace”. La camminata di circa 100 km, da farsi in tre giorni, che ogni anno ripercorre i luoghi del genocidio. La marcia attraversa boschi, radure, zone più collinari, ma anche villaggi come quello di Snagovo dove gli abitanti trovarono fosse comuni nei loro giardini. I partecipanti quest’anno sono stati circa 6.000.

Un esempio, invece, di associazione che ancora oggi lavora in questo modo e con questo scopo si trova in Inghilterra, è nata nel 2013 e si chiama “Remembering Srebrenica”. In questi anni l’associazione fondata da Waqar Azmi Obe ha svolto oltre 1500 azioni comunitarie tra scuole, luoghi di culto, centri comunitari e anche carceri. Sono oltre 250.000 i giovani che hanno scoperto l’orrore di Srebrenica durante le lezioni organizzate dall’associazione. Tra i protagonisti di questo importante lavoro ci sono i sopravvissuti di quei giorni, sia le donne che furono risparmiate e sia quei pochi uomini che invece riuscirono in qualche modo a fuggire.

Hatidža Mehmedović, ad esempio, è nata nella zona circostante Srebrenica nel 1952 e quell’11 luglio vide suo marito e i suoi due figli unirsi alla cosiddetta Colonna, il nome che venne dato al convoglio che trasportò i condannati da Srebrenica nei luoghi dove furono fucilati. Hatidža venne condotta nella base ONU e da lì riuscì a raggiungere la vicina città di Kladanj dove ha aspettato inutilmente notizie della famiglia per oltre un anno. Lei stessa racconta: «Non hanno ucciso solo i miei figli, tutta la mia famiglia è stata uccisa. I miei due fratelli sono stati uccisi, i due figli di mio fratello, i figli delle mie sorelle sono stati uccisi, i miei cugini e i loro figli».

Jasmin Jusuf Jusufović invece nel 1995 era solo un bambino e si salvò solo grazie a suo padre che lo lanciò nel camion dove venivano radunate le donne. Da lì sopra, dove per la calca si respirava a fatica, Jusufović salutò per l’ultima volta suo padre prima che venisse aggregato alla Colonna.

Se parliamo di educazione e di Bosnia – Erzegovina impossibile non citare Jovan Divjak, militare, serbo di nascita, ma cittadino fin da giovane di Sarajevo, che allo scoppio della guerra ha deciso di essere parte dell’esercito bosniaco, a quel tempo ancora multietnico, per difendere il paese che lo aveva cresciuto. Una scelta che gli è valsa anche una condanna da parte del tribunale militare della Yugoslavia. Molto importante poi la sua attività nel settore dell’istruzione. Nel 1994 Divjak ha dato vita alla Fondazione “L’istruzione costruisce la Bosnia ed Erzegovina” di cui ancora oggi beneficiano i bambini e i giovani vittime della guerra, compresi i bambini disabili e i giovani in difficoltà sociale di tutti i gruppi etnici. L’obbiettivo è esplicito e chiaro fin dal titolo: mettere a disposizione dei giovani serbi, bosniaci e croati un’istruzione che possa essere anche strumento di giustizia. Ricordare il passato e agire sull’oggi, anche e soprattutto a partire dall’istruzione dei più giovani.

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